Il palazzo viene edificato nel Cinquecento da Felice Tiranni, figlio di quel Pietro che durante l'invasione del ducato
d'Urbino si vide affidare il piccolo Francesco Maria II. Nato intorno al 1508, dopo la morte della moglie dalla quale aveva avuto due figli, Felice s'impone un cambiamento
radicale di vita e abbraccia la carriera ecclesiastica divenendo vescovo di Urbino. Durante il suo episcopato Felice, che già era stato segretario del Duca, sarà a
contatto con grandi artisti attivi presso la corte urbinate e riceverà nel palazzo di Cagli importanti ospiti tra i quali spesso figurano i nomi dei duchi d'Urbino. Non molti anni dopo la morte di mons. Felice, il figlio Pietro viene ferito mortalmente da un suo servo. Nel testamento
del 1590 le sue fortune vengono lasciate alla Santa Casa di Loreto con obbligo di tenere aperto il palazzo a servizio dei duchi. A seguito della devoluzione del ducato la Santa
Casa, nel 1642, vende il Palazzo ai Felici ai quali subentrano nel 1646 i Castracane sino al Novecento.Il fronte principale con il suo robusto cornicione a
cassettoni si presentava in antico piùprezioso con le finestre edicolate con mensole del primo piano unite al livello del davanzale da una cornice. Il grande portale
rusticato presenta nei pennacchi dell'arco mascheroni sapientemente intagliati, e nel concio in chiave d'arco èlo stemma dei Tiranni al quale si sovrappone nel timpano l'emblema della Santa Casa di Loreto.
L'ampio vestibolo con volta lunettata e peducci con figure antropomorfe e zoomorfe, si apre verso la doppia loggia. Nel cortile lastronato è una vera da pozzo con simboli feltreschi
che reca l'aggiunta posteriore dello stemma dei Castracane. Al primo piano è un monumentale portale lapideo che rimarca l'accesso al salone d'onore. Nel timpano tra stucchi del Brandani compare di nuovo lo
stemma lapideo dei Castracane inserito in un secondo tempo. Il salone, con vasta volta a padiglione, è impreziosito da un monumentale camino la cui alzata è
costituita da un complesso fastigio in stucco datato 1571, che presenta nel grande riquadro la Fucina di Vulcano lavorata a rilievo dal Brandani. Ai lati sono un uomo e una
donna, raffigurati in età adulta, al di sotto dei quali compaiono due putti con cornucopie. Il coronamento superiore dell'alzata è arricchito da emblemi araldici (aquile,
frutti e rami di quercia) presenti anche nella caminiera lapidea opera firmata da Elpidio Finale e curiosamente datata 1600. Alla mano del Brandani si deve anche la decorazione di
un'intera volta del piano nobile eseguita nel 1555. L'elaborato ornato in stucco, presenta scene tratte dal repertorio atiquariale come nel caso dei lunghi bassorilievi
con Trionfi di Condottieri. Vi sono poi cammei d'intonazione classicheggiante, che rappresentano le quattro stagioni, scene mitologiche e complesse allegorie come nell'ovale
centrale ove compare la Vittoria alata coronata da un serto di quercia e da tre stelle, alludente ai simboli araldici dei Tiranni. Nei due portali in stucco compaiono le lettere "F E
V" che possono essere sciolte in Felice episcopo urbinate. Del Brandani si direbbe anche l'alzata del camino della stanza accanto ove la composizione èincentrata su di un
ovato tra due statue di giovinetti. Tutte le decorazioni neoclassiche delle volte del piano nobile sono della seconda metà del Settecento. La cappella
gentilizia, con portale timpanato e colonne con capitelli ionici, èposizionata a lato dell'ingresso al salone d'onore. L'antico pavimento in maiolica formato da 420 formelle
policrome, si trova dal 1901 al Muséés Royaux d'Art et d'Histoire di Bruxelles. Il palazzo ospiterà entro breve il Museo della città e della
diocesi di Cagli nel quale confluiranno anche l'affresco di Giovanni Santi raffigurante San Sebastiano, i 57 disegni del Canova insieme ai 22 acquerelli di Ferdinando Galli da
Bibbiena. Vi sarà, inoltre, spazio per numerose tele del Ridolfi e del Cialdieri, oltre che dell'Alberti da Ferrara, del Battaglini da Imola, dello Schaychis e del Lapis. Faranno
parte degli oggetti in esposizione i rari pezzi duecenteschi del Gualla o Guala tra i quali compare un notevole pastorale in avorio, nonchè gli elaborati tavoli ottocenteschi di Francesco Pucci.
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